Antimafia e inclusione: il messaggio attuale di due profeti del ‘900

Inizio il mio intervento ringraziando due persone. La prima, il Dirigente scolastico Matteo Croce che ha accolto il progetto formativo che la Rete Barbiana 2040 aveva, ha e mantiene sin dalla sua fondazione: provare a costruire una rete di educatori critici, di colleghi insegnanti capaci di osare l’avvenire e quindi di guardare non a un mondo destinato a rassegnarsi, ma a un mondo capace di rimettersi in moto verso prospettive altre di umanizzazione.
E grazie anche a Rita Fumagalli, Dirigente scolastica di una scuola che da anni sta segnando tappe straordinarie nell’ambito del pensiero critico, della pedagogia trasformativa, dell’educazione al cambiamento. La sua scuola, l’Istituto di Sorisole di Bergamo, è un modello. Non c’è bisogno di essere enfatici, ma è necessario rimarcare il lavoro che si sta facendo da anni in quella realtà e che andrebbe il più possibile conosciuto e divulgato, non solo nell’aspetto dei principi, ma nella metodologia convincente e vincente dei risultati di cittadinanza attiva che da anni la scuola riesce a realizzare. Al di là del valore didattico, educativo di ciò che sta facendo Rita Fumagalli va sottolineato anche un altro aspetto affatto scontato. Direbbe Danilo Dolci che c’è un limite nell’accettare il presente, ci sono cose che non sono accettabili e non è accettabile la dimensione aziendalista che ormai segna la quotidianità del sistema di istruzione italiano da anni. È un percorso che nasce da lontano e che attraversa il Paese al di là delle sue maggioranze politiche che negli anni si sono avvicendate alla guida del Paese. Se la scuola e le università si muovono lungo il binario del profitto, se scuole e università riducono il processo di formazione critica alla valutazione delle performance, se la grammatica educativa e scolastica sono contaminate dal linguaggio non tanto del mondo economico, ma del sistema di finanziarizzazione dell’economia, se i ragazzi sono un numero di matricola all’università, un numero per comporre un gruppo classe, se la visione che scuole e università affermano da anni in questo Paese è quella di soffocare ogni tentativo di ribellione culturale, ecco, allora devo dire che la Rete Barbiana 2040 è una delle poche realtà di resistenza sana.
Questo 2025 è un anno che segna diversi importanti anniversari: gli 80 anni per esempio di un sacerdote illuminato che conosceva bene, aveva studiato, ha scritto sia su Danilo Dolci sia su don Milani, don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera, che a sua volta compie quest’anno 30 anni dalla sua fondazione.


Ma soprattutto è l’anniversario della Resistenza italiana, quindi della nostra storia, della genesi di questa Repubblica che nasce e resterà una Repubblica antifascista. Solo che questo Paese smarrisce la memoria, confonde i tempi della storia. E’ una società che non ha passato, non ha presente e, quindi, non può avere futuro. Quando scuole e università rinunciano a fare memoria, quando scuole e università ritornano a giurare fedeltà come nel 1900, o meglio come ciò che c’è stato a partire dal 1922 fino al 1943 e poi nel biennio della lotta partigiana, quando gli accademici rinnovano il loro patto di servitù e di schiavitù al potere politico, significa che di quella Resistenza è rimasto davvero poco.
Quando un Paese dimentica che la libertà a queste latitudini è stata costruita attraverso il sangue, attraverso il martirio di tanti giovani che hanno scelto di amare non le loro famiglie soltanto, ma di amare la libertà e la dignità, il bene comune, i valori, lo stare al mondo in piedi, non in maniera oscura. Quando un Paese taglia queste radici è una comunità destinata a camminare un po’ come fanno i serpenti, cioè strisciando per terra.
Quindi grazie a Rita Fumagalli perché tenere in piedi Barbiana 2040 posso garantire che non è stata e non è una cosa semplice. Mi auguro che la Sicilia, a partire da questa scuola, che è straordinaria e confesso la mia emozione quando vedo un po’ tutti i segni e i simboli che negli anni mi hanno spinto attraverso le letture pedagogiche di una certa pedagogia come quella di don Lorenzo Milani, di Faolo Freire, di Danilo Dolci. Oggi per la verità queste pedagogie non è che abbiano una grande fortuna, e negli ultimi anni sono state fonti un po’ stropicciate, un po’ usurate. La stessa rilettura di Danilo Dolci affascinante che viene fatta negli ultimi anni si ferma ad aspetti che sono fondamentali, ma se noi tagliamo da Dolci tutto quello che ha fatto nella lotta contro le mafie, allora noi facciamo un pessimo servizio a Danilo Dolci, che in realtà è il fondatore di una Pedagogia dell’Antimafia, questa eresia che ci siamo inventati non senza particolari drammi personali in Calabria, una sorta di via crucis laica per poter affermare questo diritto all’esistenza.


In realtà la Pedagogia dell’Antimafia è la storia di Danilo Dolci, è lui il fondatore della Pedagogia dell’Antimafia. E mi sono sempre chiesto come mai i pedagogisti accademici oltre a faticare nell’uso di questa parola che viene respinta, di cui hanno paura per un’evidente ragione perché l’Antimafia è naturalmente una Pedagogia. Basta guardare quelle immagini per capire che quelli sono cammini di educazione, cammini di amore, perché l’educazione è un atto d’amore, ma di un amore così profondo per l’umanità, un amore così profondo per la giustizia da sacrificare la loro vita per consentirci di essere liberi, più liberi, di poter camminare a testa alta, con dignità, una sorta di testimoni delle mille vittime innocenti di mafia. E questa città è un po’ il simbolo della lotta alle mafie perché molte strade di Palermo segnano concretamente la stagione della lotta alle mafie. E le mille vittime innocenti di mafia rappresentano, insieme con la lotta dei partigiani, il testimone di quell’Italia migliore di cui questo paese si ricorda sempre meno. Le biografie trasformative, le biografie educative fanno paura a un paese che si nutre di ombre, a un paese che si nutre di compromessi. E questo Danilo Dolci lo aveva capito più di mezzo secolo fa, ma l’aveva capito non soltanto studiando il sistema criminale nella sua dimensione di devianza in relazione alle marginalità sociali.
E Danilo Dolci è il primo a parlare. E anche questo è qualcosa che fatica a trovare una definizione perché poi quando alzi il livello dello scontro, colpisci i bersagli e canalizzi un’analisi sociologica in una politica di contrasto, diventa facile per altri dire che il problema della Sicilia è Brancaccio, il quartiere Zen, che Catania è Librino, che Napoli è Scampia e che Napoli è Secondigliano, che Napoli è Gomorra. Con l’equazione Napoli-Gomorra abbiamo consentito la trasformazione dei conti correnti di tanti giornalisti che mentono sapendo di mentire, che raccontano un’immagine di Napoli completamente distorta perché c’è una Napoli che resiste. È facile dire che il disagio sociale produce inesorabilmente fenomeni devianti. E questo Danilo Dolci lo ha studiato bene e meglio di tanti altri, guardando a questi territori come un laboratorio sociale.Ma Danilo Dolci ha fatto un’altra cosa e l’ha fatto quando era estremamente complesso poter riconoscere culturalmente ciò che aveva capito: aveva capito che le mafie erano e sono un linguaggio di potere proprio delle classi dirigenti. C’è stato e c’è un uso politico delle mafie. E la Sicilia è stata modello di questo uso politico delle mafie, anche se oggi devo dire che il primato ve lo contendiamo noi calabresi, in una maniera assolutamente straordinaria. Vi posso dire che se c’è una mafia pienamente globalizzata, se c’è una classifica del potere mafioso, la Calabria ha scalato e raggiunto un primato globale. Lo dico con grande amarezza perché le resistenze calabresi alle mafie sono prossime allo zero, mentre le inchieste di corruzione, o meglio le inchieste che colpiscono la corruzione non soltanto politica, ma anche quella accademica per la verità sono in fase di sviluppo esponenziale.
Dolci lo aveva capito e questa parte del pensiero di Dolci, che poi è la parte caratterizzante, non si può parlare di maieutica, di laboratori, di maieutica sociale, di reciprocità, di educazione alla reciprocità, non si può parlare di comunicazione, di limiti della cultura trasmissiva dell’educazione bancaria, direbbe Freire, senza dimenticare che Dolci questi principi li ha calati concretamente dentro realtà che rappresentavano e ancora rappresentano laboratori in cui il sistema della borghesia mafiosa costruisce e rinnova quotidianamente il suo potere.


Dolci era avanti, come tutti i grandi profeti, ha saputo dimostrare, ha letto, leggeva le spie del male, leggeva la pedagogia di Caino che non è solo la pedagogia del disperato che dentro una società deviante rischia di essere, per generazioni, condannato ad uccidere e a rubare per sopravvivere. Dolci è andato oltre, ha studiato e ha capito il livello politico delle mafie e ha provato nell’ambito del possibile con la parola, con la parola trasformativa, con la denuncia, con una metodologia non violenta a decostruire quello che lui chiamava il sistema clientelare mafioso. E nell’espressione clientelare mafioso c’è tutta la storia del Mezzogiorno di ieri, c’è tutta la storia del mezzogiorno di oggi che è ancora schiavo di un lungo medioevo, di un eterno medioevo che coinvolge le famiglie a tutti i livelli, non solo le famiglie di mafia, non solo le famiglie di ‘ndrangheta, non solo le famiglie di camorra, ma le famiglie della politica e del livello padronale della società, direbbe don Lorenzo Milani. Proprio come i ragazzi di Barbiana in Lettera di una professoressa, scrivono più volte l’espressione padroni. E oggi i padroni non solo ci sono come nel 1967, i padroni di oggi sono più violenti di quelli di ieri e hanno strumenti di controllo politico delle menti attraverso media che mai la storia aveva loro restituito. E se c’è una parola che fa parte di un vocabolario trasformativo che andrebbe fino in fondo recuperata è la parola “padroni”. Nella parola padroni oggi c’è pienamente quel livello politico delle mafie che Danilo Dolci aveva riconosciuto, aveva compreso, di cui restano tracce attraverso i suoi scritti .
Noi siamo in un luogo laicamente sacro, e ho scelto una parola per tenere insieme queste due dimensioni, quella di don Milani e quella di Freire, e perdonate l’ancoraggio forse un po’ radicale che sto per fare alla pedagogia cristiana, intesa in termini puramente laici. Mi spiego: c’è una parola molto bella che fa parte della nostra tradizione religiosa, parlo per i cristiani, è nel Vangelo di San Marco, un momento in cui Gesù attraverso un miracolo restituisce a un sordo e muto la possibilità di ascoltare e la possibilità di parlare. Questa parola è pronunciata in aramaico si chiama Effatà e significa “apriti”. Gesù riesce a liberare l’orecchio e la bocca, il sordo muto riesce ad ascoltare, il sordo muto riesce a parlare. Effatà sostanzia il battesimo della stragrande maggioranza di noi presenti, è una parola che nella liturgia costruisce battesimo quindi significa nella religione cristiana la prima autentica relazione. Effatà indica questo, indica la relazione, la straordinaria forza dell’educazione. L’educazione se ha una vera tradizione è nella parola relazione, l’educazione è una relazione ed Effatà riesce a evidenziarne la bellezza, perché ascoltare, ascoltarsi, ascoltarci significa provare ad entrare in relazione e scoprirci umani. La relazione è qualcosa di specifico per l’avventura umana, noi umani siamo tali perché siamo capaci di relazione e la maieutica, che è una maieutica sociale, la maieutica politica di Danilo Dolci con la scrittura collettiva di don Milani tengono questo principio in piedi. La difesa della relazione è proprio l’alfabeto della relazione che costruisce una grammatica della possibilità, dell’essere prossimo, del sentirsi prossimo. Lo hanno scritto i nostri studenti: ciascuno cresce solo se sognato. Sognare l’altro significa pensare attraverso gli altri i principi della nostra vita. Vuol dire condividere. Nelle scuole, in questa logica perversa, e lo dico con franchezza proprio perché sono un pedagogista, se c’è una parola ipocrita, se c’è una parola perversa, se c’è una parola di potere che diventa dominio è la parola “merito”, perché non si può costruire una società meritocratica quando il tessuto economico sociale ci dice ancora di disuguaglianze territoriali fra Nord e Sud, perché qui non siamo a Milano, come non siamo a Milano quando stiamo a Cosenza, come non stiamo a Milano quando stiamo a Scampia, come non stiamo a Milano quando stiamo a Reggio Calabria. Non solo ci sono disuguaglianze territoriali, ma ci sono stridenti disuguaglianze sociali. L a parola merito ha senso quando partiamo tutti dallo stesso punto, non quando c’è gente che ha già vinto e c’è gente che è già partita. L’avere imposto una logica di questo genere significa aver accettato i dogmi del capitalismo informatico che è l’ultima parte dell’evoluzione culturale di 200 anni di storia industriale nel sistema occidentale.


A me piace quello che dice il Santo Padre, e mi piace soprattutto la linea che il Santo Padre è riuscito a dare alla Chiesa. Il Santo Padre visita nel 2017 e nel 2018 due luoghi: Va a Barbiana nel 2017 e dopo che qualche anno prima sconfessa ciò che era accaduto nel 1958 quando esce il libro di don Milani, Esperienze pastorali, e viene additato dalla Chiesa come libro proibito perché libro scomodo. Don Milani avrebbe fatto una crociata contro la parola merito così concepita e così intesa e così vissuta. Il Santo Padre prima con atto interno ridà dignità all’esperienza di don Milani e dopo qualche anno si reca a Barbiana non soltanto per chiedere scusa, ma per riprendere nel pontificato tutta quella grammatica trasformativa che è una grammatica radicale. Don Milani parla in maniera radicale perché viveva in maniera radicale, così com’è radicale la grammatica di Danilo Dolci che viveva in modo radicale. Non è una parola brutta. Diceva Carlo Marx che la parola radicale rimanda alla radice e la radice di ogni cosa è l’esperienza umana, l’essere radicali vuol dire essere innamorati dell’avventura umana, vuol dire difendere l’avventura umana. E quindi il Santo Padre dice che in quel I Care il priore ci restituisce il senso della relazione: mi importa di voi. La pedagogia degli ultimi significa che se dobbiamo costruire una riflessione educativa, allora “gli ultimi” sono l’unica unità di misura su cui direzionare le nostre azioni in una società che ha fatto degli ultimi, invece, qualcosa da rimuovere perché non in linea con le luci e gli interessi del capitalismo informatico e della sua società digitale. Effatà vuol dire apriti, vuol dire ascolta, vuol dire parla. Perché vuol dire ciò che ha detto poi ha fatto Danilo Dolci: agisci, ascolta, parla per agire.
Vorrei chiudere leggendomi un pensiero di padre Pino Puglisi, che mi ha sempre colpito. Diceva Pino Puglisi: Dio ci ama, ma tramite qualcuno. Dio ci ama sempre, ci ama tutti ma tramite qualcuno. E qui c’è l’essenza laica di un cammino. Il Santo Padre ha visitato poi anche Tonino Bello nel 2018, sepolto ad Alessano, e diceva: i poveri sono il roveto ardente da cui Dio ci parla. È quindi questa la matrice forte che ha cambiato la Chiesa, che sta cambiando la Chiesa.
C’è questo passo di Dolci, molto forte sul profeta che non deve dividere la città celeste dalla città terrena: la Croce, per chi ci crede o per chi ne fa un simbolo, rappresenta in maniera naturale una diga alla società dell’ingiustizia. Il Santo Padre dice se noi vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo cambiare l’educazione. Ha fatto bene Rita Fumagalli a citare la società dello scarto, quella cultura dello scarto che dice che i poveri siccome non producono profitto e sono un costo sociale, li dobbiamo annientare. Gli emarginati costano allo Stato, recuperare attraverso l’istruzione qualcuno significa spendere denaro e non è conveniente perché una volta che l’abbiamo recuperato rischiamo di alterare lo status quo, cioè i livelli di equilibrio perversi su cui poggia la società dell’ingiustizia. E quindi la Croce, oggi il Santo Padre ce l’ha restituita fino in fondo, perché il Vangelo è uno strumento come diceva don Milani, assieme alla Costituzione, per leggere le ingiustizie sociali.


Ecco in questa brevissima citazione di Danilo Dolci, che aveva idea di cosa fosse il valore profetico del cambiamento, diceva di “non contrapporre nel Dio delle zecche, non contrapporre la città terrestre alla città del cielo, profeti hanno sognato la città e moltitudini non hanno inteso, non è sopra le nuvole, è una città di terra che si respira, la costruisce chi la sa sognare pur col cuore gonfio di fatica finché il miraggio elaborato in pochi prima a ognuno divenga necessario respiro”.
Chiude da poeta, perché Danilo Dolci era un poeta. E probabilmente questa matrice gli ha consentito di costruire non solo una pedagogia civile del cambiamento, ma una lucida lettura del fenomeno mafioso. “La città nuova inizia dove un bambino impara a costruire provando a impastare sabbia e sogni”. E io penso ai bambini delle nostre periferie che nella società del merito sono semplicemente un problema da abbattere. Diceva ancora Dolci: “Non sentite l’odore del fumo, le più grandi risorse erano la speranza e la dignità, chi si  rassegna muore prima”. Ecco che cosa faceva, per esempio, padre Puglisi: non si rassegnava, insegnava ai ragazzi a non rassegnarsi, a non piegarsi. Lo hanno ammazzato nel giorno del suo compleanno per questa ragione.
Chiudo con questo pensiero di Puglisi, che rappresenta un grande simbolo di paternità. Diciamo che Dolci è stato un grande padre, un padre biologico e un padre politico. Don Milani è stato un padre politico. Padre Pino Puglisi è stato un padre politico, don Peppe Diana è stato un padre politico, è stato ucciso dalla Camorra nel giorno di San Giuseppe, lui si chiamava Giuseppe e quindi è stato ucciso nel giorno della festa del papà. Loro sanno scegliere in termini di segni e in termini di sintomi. Diceva Puglisi: le parole e i fatti.
È importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole. Oggi si fa poco, male e a macchia di Leopardo. È importante parlare di mafia per combattere contro la mentalità mafiosa, che poi è qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo persona. Se prendete tra gli scritti di Danilo Dolci la connessione tra sistema capitalista e  cultura e sistema mafioso era già chiaro dagli anni Sessanta. Vent’anni dopo Danilo Dolci lo scrive. Un sociologo calabrese diventato importante, Pino Arlacchi scrive nel 1983, sei anni prima che cadesse il muro di Berlino, che la “mafia è l’imprenditrice, l’etica mafiosa è lo spirito del capitalismo. Non ci si fermi però ai corti, alle denunce, alle proteste. Tutte queste iniziative, diceva Puglisi, hanno valore, ma se ci si ferma a questo livello sono soltanto parole e le parole devono essere confermate dai fatti”.
Significa che abbiamo bisogno di una pedagogia nobilmente eretica, che sia capace di raccontare ai giovani un altro genere di società, non la società della pagella, non la società dei numeri, non la società della valutazione, non la società del profitto. Ma una società, se vogliamo costruire la pace, se vogliamo costruire l’inclusione. Le parole sono fondamentali quando diventano comportamento, una pedagogia eretica del cambiamento deve ripartire da parole trasformative come dignità, come speranza. Siamo nel 2025 e il Santo Padre ha inteso parlare di Giubileo della speranza. Tonino Bello, che piace sempre al Santo Padre, quando parla di speranza dice che è un esercizio concreto di volontà. La prova speranza vuol dire agire quotidianamente per cambiare le cose che non vanno, come hanno insegnato Danilo Rocci e Don Lorenzo Milani.

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