
Questo IV convegno nazionale delle scuole della Rete Barbiana 2040, è nato da un sogno.
L’anno scorso, al terzo convegno nazionale, a Città di Castello e i nostri lavori hanno approfondito il dialogo pedagogico e didattico fra la figura di Don Milani e la figura di Maria Montessori. In Italia siamo sempre attratti dagli esempi stranieri, ma troppo spesso ci dimentichiamo dei gloriosi esempi che abbiamo all’interno del nostro patrimonio culturale e pedagogico. E allora il dirigente di Città di Castello, Simone Casucci, disse: “Mi piacerebbe il prossimo anno, in cui cadrà il centenario della nascita di Danilo Dolci, creare un incontro per raccontare e confrontare le due figure: Danilo Dolci e don Milani.
E un sogno, come fa a diventare realtà? Diventa realtà quando non è il sogno di uno solo, ma diventa un sogno condiviso e quando, come ha insegnato Danilo Dolci, si trasforma in un progetto. E così è stato: da Citta di Castello è nato un ponte con Palermo e il dirigente del liceo “Danilo Dolci”, Matteo Croce, è stato meraviglioso nell’accogliere subito la proposta e nel creare le condizioni magnifiche per realizzarlo: un posto migliore di questo non poteva esserci per questo incontro, con questa bellezza di ragazze e ragazzi che ci circondano e che ci danno uno slancio verso il futuro.
Io sono qui come Rete Nazionale Barbiana 2040, una Rete che ha nel suo nome, Barbiana 2040, la sintesi di quello che è lo spirito che la anima, cioè: Barbiana, una realtà in cui don Milani è riuscito a realizzare un miracolo educativo, che si è concluso nel 1967 con la sua morte prematura, ma che oggi quel miracolo educativo ha ancora tanto da dire a tutta la scuola italiana.


E, l’altro termine, 2040, per indicare quello sguardo lungo verso un orizzonte futuro, abbastanza lontano, affinché si possa davvero dire: progettiamo qualcosa che ha la potenzialità e lo sguardo, la visione per andare oltre l’oggi. Dentro la Rete Barbiana 2040 si incontrano 18 scuole di tutto il territorio nazionale, animate dal desiderio di rivivere l’esperienza, l’insegnamento di don Lorenzo Milani con spirito di infedeltà, e cioè raccogliendone il cuore dell’essenza, ma attualizzandolo alla realtà di oggi.
Abbiamo così scoperto attraverso la pratica dei laboratori di scrittura collettiva che don Lorenzo Milani aveva ideato questa tecnica e questo processo della scrittura collettiva per dare voce, per dare le parole e la dignità al popolo di Barbiana per troppo tempo reietto e relegato.
Abbiamo scoperto che questo modo di lavorare ha un valore e funziona anche oggi perché il diritto all’essere riconosciuti come persone è insito nel cuore di ogni uomo. E una scuola di parola, la parola è ciò che caratterizza nel profondo l’umano. Oggi la parola è troppo spesso bistrattata e ci rendiamo conto del fatto che un linguaggio povero, impoverito, avvilito, anche degradato, non può aiutare a sviluppare un pensiero grande, non può aiutare a sviluppare un’identità personale. Tende invece a isolare, tende a rendere difficili le relazioni, tende addirittura a portare aggressività quando non si hanno le parole per esprimersi o quando non viene concesso il diritto di parola.
Aggressività che si trasforma e talvolta può diventare anche odio. E allora, ribaltando il ragionamento, un’educazione che sappia considerare la persona come valore in sé a prescindere, che vada contro la cultura dello scarto anche umano, cultura che purtroppo oggi ci circonda, deve costruire un linguaggio condiviso attraverso il quale possiamo riconoscerci, generare una nuova socialità, superare le opposizioni e i conflitti e riuscire a dare, a disegnare, a condividere sogni, a disegnarli e farli diventare realtà all’interno del contesto in cui si vive. Ecco che attraverso questi laboratori di parola come quelli della scrittura collettiva si dà dignità e riconoscimento al singolo, ma non nella direzione di un’individualità, nella direzione piuttosto di una nuova socialità.


Ecco questo è lo spirito della Rete Nazionale Barbiana 2040. Guardare il futuro attraverso gli occhi di ragazzi e ragazzi perché questo è il bello e il privilegio di lavorare nella scuola. È un privilegio perché vuol dire vivere a contatto col futuro vivente. Al tempo stesso è però anche una grande responsabilità come ci ricorda la nostra carta costituzionale: la rimozione degli ostacoli è compito della scuola, e la scuola non deve essere generatrice di ostacoli.
Allora voglio leggervi il pensiero di una ragazza che in questi giorni sta partecipando ai laboratori di scrittura collettiva con i formatori della Rete Barbiana 2040. È una ragazza straniera, in un gruppo mescolato di studenti, in una scuola superiore della provincia del nostro territorio bergamasco. E scrive: “L’attività della scrittura collettiva è stata coinvolgente e profonda, capace di far emergere pensieri ed emozioni in modo spontaneo. Ho visto anche compagni di altre classi solitamente meno interessati, lasciarsi coinvolgere e questo è stato uno degli aspetti più sorprendenti e belli”.
Qui voglio già sottolineare due parole che accompagnano tutte queste esperienze che noi vediamo rispecchiate anche oggi, in questo luogo: la sorpresa e la bellezza. I miracoli educativi ci sono e si realizzano attraverso queste strade. “Strade lungo le quali – riprende il testo della nostra studentessa – ci siamo sentiti tutti in sintonia fra noi, anche con persone che non conoscevamo proprio perché ognuno aveva spazio per esprimersi senza sentirsi giudicato. È stato incredibile vedere come l’ascolto reciproco e il confronto abbiamo dato vita a un dialogo personale originale in cui ogni opinione aveva lo stesso valore dell’altra”. Ecco cosa vorremmo. Che dentro la scuola ci fossero molte occasioni di questo tipo. Un’altra ragazzina di seconda media dopo aver partecipato al laboratorio ha detto: “Ma perché non è una materia obbligatoria per tutti?”. Si è resa conto di quanto fosse importante quel processo di confronto e di relazione.


Voglio lanciare questa provocazione, e prendo dalle parole di Danilo Dolci, in un’intervista del 1995, trent’anni anni fa, oggi la scuola è cambiata, il mondo è cambiato, ma alcune cose ci sono ancora dentro la scuola. Dice Danilo Dolci: “Io credo che l’azione non violenta sia più necessaria che mai, ma sarebbe importantissimo un lavoro il più possibile preventivo. Faccio un esempio: la scuola quando è continuamente ed esclusivamente unidirezionale e trasmissiva è una fabbrica che castra i ragazzi, essi arrivano nella scuola con degli interrogativi che vengono via via spenti. Non conosco al mondo un’istituzione più sottilmente violenta e più criminale della scuola”.
È un’accusa pesante, non diversa da quella che lanciarono 30 anni prima i ragazzi di Barbiana attraverso Lettera a una professoressa quando accusavano l’istituzione scuola dicendo che “la scuola è un ospedale che cura i sani e respinge i malati”. Allora questa non è la scuola che vogliamo. E come operatori dentro la scuola vogliamo rivendicare anche la dimensione vocazionale di questa professione, perché se la nostra vocazione viene oppressa non può che dare adito a una scuola di questo tipo. E a questo punto mi piace aggiungere un’ulteriore riflessione: oggi venendo qui, ho raccolto l’entusiasmo di queste ragazze e di questi ragazzi che ci hanno accolto, le parole della nostra presentatrice, parole che ho trovato poi rispecchiate nella proposta del dirigente Matteo Croce di lanciare a livello nazionale questa bellissima idea di un manifesto che rivendichi le nostre radici costituzionali, quei valori che ci siamo dati come democrazia e come Europa e come comunità mondiale. Un manifesto di valori e di principi per dare un futuro non solo ai nostri figli, ma all’umanità intera. E ancora una volta va detto che la società civile si deve risvegliare rispecchiandosi negli sguardi di queste ragazze e di questi ragazzi così carichi di entusiasmo e di desiderio, di giovani che credono nei diritti e nei valori costituzionali e che insieme li vogliono rivendicare.


E noi docenti, adulti, chiusi nella nostra comfort zone, ci dobbiamo fare scuotere da questo entusiasmo, dobbiamo farci trascinare pienamente perché è solo così che vivremo anche noi, insegnanti, questo entusiasmo. Mi piace sottolineare un altro aspetto che accomuna don Milani e Danilo Dolci: quando una pedagogia è autenticamente ancorata ai territori diventa un atto politico. Nel senso che genera le condizioni affinché il territorio si trasformi, ma si trasforma non per qualcosa di calato dall’alto, ma per l’energia interna che prende forza e si trasforma in progetto, in un’idea condivisa come sta succedendo oggi, qui in questo luogo. Lo vediamo perfettamente manifestarsi: un magazzino Brancaccio, luogo di malaffare per la mafia, è diventato un’officina di cultura, un luogo messo a disposizione del quartiere, vissuto in prima persona dai ragazzi. Più bello di così non so cosa potrei altro dire…